Il Tesoro dei Medici

Le prime acquisizioni significative di oggetti preziosi da parte di un membro della famiglia Medici si devono a Cosimo il Vecchio (1389-1464), iniziatore della raccolta di vasi in pietre dure. Il figlio di Cosimo, Piero, soprannominato il Gottoso (1416-1469), seguì l’esempio paterno incrementando il numero degli esemplari e commissionando per essi ai migliori orafi delle elaborate montature. Alla sua figura è inoltre legata la costruzione del celebre Scrittoio, piccolo ambiente situato al primo piano di Palazzo Medici e destinato alla conservazione di manufatti preziosi: cammei, intagli, vasi in pietra dura, gioielli, monete, medaglie, bronzetti e codici miniati. Diverse fonti dell’epoca rivelano che questi oggetti, oltre a essere nella disponibilità dei loro proprietari, venivano esibiti a personaggi illustri come testimonianza concreta della magnificenza della casata.

La passione di Piero per i manufatti in materiali rari o preziosi fu ereditata dal figlio Lorenzo il Magnifico (1449.1492), con il quale il tesoro mediceo aumentò considerevolmente. Sotto di lui, infatti, le raccolte di gemme e di vasi in pietra dura crebbero di numero e si arricchirono di pezzi di straordinario prestigio come la celebre Tazza Farnese, la straordinaria coppa in agata sardonica lavorata a rilievo su entrambe le facce confluita poi, in seguito a complesse vicende dinastiche, nei beni della famiglia Farnese. Con la cacciata dei Medici da Firenze, nel 1494, gran parte dei beni di Lorenzo, passati al figlio Piero (1472-1503), fu confiscato dalla Signoria. Un nucleo consistente del tesoro finì allora a Roma nelle mani di Lorenzo di Giovanni Tornabuoni, uomo di fiducia dei Medici. Nell’Urbe, diversi vasi furono sottratti alla dispersione da uno dei figli di Lorenzo, Giovanni (1475-1521), che divenuto papa nel 1513 con il nome di Leone X li adattò a reliquiario e li ricondusse a Firenze donandoli alla basilica di San Lorenzo. Stessa sorte toccò ad altri vasi-reliquiario, che il pontefice Clemente VII, al secolo Giulio de’ Medici (1478-1534), legò al tesoro della chiesa fiorentina con una speciale bolla emanata nel 1532.

Dopo la breve parentesi repubblicana inaugurata dal Sacco di Roma del 1527, l’approvazione dell’ordinamento ducale consentì ai Medici di ristabilire in modo definitivo il loro dominio su Firenze, creando le condizioni ideali per il rientro in città delle preziose collezioni d’arte della famiglia. Questa nuova situazione di equilibrio fu completamente stravolta nel gennaio del 1537 dall’assassinio del duca Alessandro (1511-1537), in seguito al quale si verificò l’allontanamento dal tesoro mediceo della gloriosa raccolta glittica che fu di Lorenzo il Magnifico. La morte di Alessandro fu infatti immediatamente seguita dalle rivendicazioni della sua giovane moglie Margherita d’Austria (1522-1586), figlia naturale dell’imperatore Carlo V (1500-1558), che grazie all’appoggio paterno ottenne in eredità i gioielli, i cammei e gli intagli più importanti della collezione di Lorenzo. La celebrazione delle seconde nozze di Margherita con Ottavio Farnese (1524-1586), segnò il definitivo passaggio dei tesori laurenziani nei beni di questa famiglia.

Ad Alessandro succedette Cosimo I (1519-1574), figlio di del condottiero Giovanni dalle Bande Nere (1498-1526) e Maria Salviati (1499-1543), nipote del Magnifico. La sua volontà di affermazione e la sua ricerca di consenso lo spinsero a seguire le orme dei suoi illustri antenati: oltre a dedicarsi al collezionismo di oggetti rari e preziosi, egli si circondò di artisti in grado di soddisfare le più diverse esigenze della corte. Con la trasformazione di Palazzo Vecchio in residenza ducale, il tesoro di Cosimo fu sistemato nello Scrittoio di Calliope, realizzato tra il 1555 e il 1558 sotto la direzione di Giorgio Vasari (1511-1574). In questo luogo, di dimensioni contenute (2,9 x 2,35 m), Cosimo I riunì miniature, statuette, quadretti, monete, medaglie, oggetti di oreficeria, cammei, intagli e vasi in pietre dure antichi e moderni. Per la realizzazione di coppe, vasi, secchielli, tazze e fiasche in cristallo di rocca, diaspro, agata ed eliotropio il duca si rivolse spesso a esperti maestri milanesi, quali i Miseroni, di cui ancora oggi si possono ammirare alcuni esemplari al Museo degli Argenti e al Museo di Mineralogia di Firenze. Sempre a un artista milanese Cosimo I affidò la realizzazione del grande cammeo con il suo ritratto, quello della moglie Eleonora di Toledo e dei figli Francesco, Giovanni, Garzia, Ferdinando e Pietro capolavoro di Giovanni Antonio de’ Rossi (1517-1574), attivo a Firenze dal 1556 al 1560.

Grazie alla creazione delle botteghe di corte da parte di Francesco I (1541-1587), la lavorazione delle pietre dure non fu più una prerogativa degli atelier milanesi. Su invito del nuovo granduca si trasferirono a Firenze dal centro lombardo Gian Ambrogio e Gian Stefano Caroni. A loro spetta molto probabilmente la lavorazione del monumentale blocco di lapislazzuli che costituisce il corpo della celebre fiasca del Museo degli Argenti, eseguita su disegno di Bernardo Buontalenti (1531-1608) con elementi in oro smaltato dell’orafo di corte Jaques Bylivelt (1550-1603).

Sotto il regno di Francesco I si realizzò anche la costruzione di nuovi ambienti con la funzione di Schatzkammern, ovvero camere del tesoro, come lo Studiolo di Palazzo Vecchio e la Tribuna degli Uffizi, all’interno dei quali trovarono posto oggetti fra i più disparati ma accomunati dall’uso di materiali preziosi o rari e dall’artificio della lavorazione. In particolare, la Tribuna, progettata dall’eclettico Buontalenti e ispirata alla “Torre dei Venti” di Atene descritta da Vitruvio nel De Architettura, raccoglieva un microcosmo di meraviglie formato da una varietà impressionante di opere: dipinti di grandi maestri, sculture antiche e moderne, figurette di bronzo, alabastro, cristallo di rocca e calcedonio, coltelli orientali in ricche guaine ornate da pietre preziose, miniature e manufatti in corallo e conchiglie. Al centro della sala si ergeva inoltre un monumentale stipo a tempietto, d’ebano e pietre dure, al cui interno erano sistemati cammei, gemme intagliate, monete e medaglia romane. Entro due armadi ricavati nelle pareti laterali erano custoditi invece i preziosi vasi in cristallo di rocca, lapislazzuli, diaspro e calcedonio.

Dopo la morte di Francesco I, suo fratello Ferdinando (1549-1609) diede ulteriore impulso alla lavorazione delle pietre dure, riunendo tutti i laboratori di corte nella Galleria dei Lavori, posta sotto la direzione del nobile romano Emilio de’ Cavalieri. Nel 1589 la celebrazione del matrimonio tra Ferdinando I e Cristina di Lorena (1565-1637) determinò l’arrivo a Firenze di diversi preziosi facenti parte dell’ingente dote che la potente Caterina de’ Medici (1519-1589), nonna di Cristina, le aveva destinato. Tra i beni portati a Firenze dalla principessa francese spicca la celeberrima Cassetta Medici (Museo degli Argenti), capolavoro dell’orafo e incisore di cristalli di rocca Valerio Belli (1468 ca. – 1546) al quale fu commissionata da papa Clemente VII per farne dono, nel 1533, a Francesco I di Valois in occasione delle nozze tra Enrico II e Caterina de’ Medici.

A partire dall’inizio del XVII secolo, i diversi principi di casa Medici cominciarono a costituire delle collezioni personali, alle quali si aggiunsero quelle delle loro spose. La granduchessa Maria Maddalena d’Austria (1587-1629), ad esempio, contribuì ad accrescere le raccolte medicee con oltre cento manufatti in ambra di straordinaria fattura, che confluirono nel tesoro mediceo solo dopo la sua morte. Per tutta la vita, infatti, la granduchessa mantenne la proprietà diretta di queste opere, che custodiva gelosamente negli armadi della sua cappella privata in Palazzo Pitti. Analogo destino ebbero gli avori del cardinale Leopoldo de’ Medici (1617-1675), instancabile raccoglitore di opere d’arte. Appartennero alla sua collezione pezzi di grande interesse oggi nel Museo degli Argenti, come la grande placca con l’Adorazione dei pastori attribuita a Johann Christian Braun o il bellissimo gruppo della Crocifissione eseguito tra il 1666 e il 1668 su disegno di Pietro da Cortona.

Con Cosimo III (1642-1723) le arti e il collezionismo vissero a Firenze un’ultima, grande stagione di splendori. Il granduca ebbe a cuore la diffusione internazionale dei lavori realizzati nella sua Galleria e contemporaneamente si preoccupò di aprirla ad artefici di provenienza ed esperianza diverse, abili nel trattare materiali pregiati e tecniche sofisticate. Un notevole impulso fu dato alla lavorazione dei metalli nobili, impiegati per la creazione di gioielli, suppellettili da tavola e arredi a destinazione sacra. Dalla collaborazione dello scultore e architetto Giovan Battista Foggini (1652-1725) con i più esperti orafi di corte scaturirono reliquiari di grande fasto che il devoto granduca destinò alla sua cappella in Palazzo Pitti o donò alle principali chiese fiorentine e toscane. A documentare l’alta perizia delle maestranze di Cosimo III relativamente all’ideazione di contenitori per sacre spoglie resta la serie straordinaria di reliquiari conservata nel Museo delle Cappelle Medicee, in cui l’oro, l’argento e il bronzo dorato sono combinati con pietre preziose, elementi in cristallo di rocca e rilievi a commesso di pietre dure.

Falliti tutti i tentativi di assicurare alla dinastia una continuità, l’Elettrice Palatina Anna Maria Luisa de’ Medici (1667-1743), secondogenita di Cosimo III, dopo la morte del fratello Gian Gastone, ultimo granduca mediceo, impegnò tutte le sue energie nella salvaguardia dello sterminato patrimonio artistico accumulato dalla sua casata in vista del passaggio della Toscana ai Lorena. Nacque così il Patto di Famiglia, atto con il quale Anna Maria Luisa garantì a Firenze la permanenza delle raccolte artistiche, archeologiche, librarie e scientifiche dei Medici. Tuttavia il Patto non impedì la distruzione di molti oggetti del tesoro granducale, fusi per recuperarne l’oro o depredati delle pietre più preziose. Nella seconda metà del Settecento, ciò che scampò alla sete di denaro dei Lorena fu riunito nella Galleria degli Uffizi, che nel 1780-1781 fu interamente riorganizzata per volere del granduca Pietro Leopoldo. In questo stesso periodo presero il via i lavori per dotare la struttura di un Gabinetto delle Gemme, dove furono collocati non solo i cammei e gli intagli ma anche i vasi e altri manufatti in pietre dure già appartenuti ai Medici. Questo insieme rimase pressoché immutato fino al 1785, quando diversi esemplari furono prelevati e inviati al Museo di Fisica e Storia Naturale, dove si trovavano già numerosi vasi e frammenti di pietre dure provenienti dalla Tribuna e dalla Guardaroba. Nel 1898 a lasciare gli Uffizi furono le gemme reputate antiche, confluite nel Regio Museo Etrusco, l’odierno Museo Archeologico Nazionale, mentre nel 1921 toccò alle gemme ‘moderne’ e ai vasi trasferiti al Museo degli Argenti di Palazzo Pitti.