Percorsi: I collezionisti

Il tesoro dei Medici si è formato in più di tre secoli di storia, a partire dalla metà del Quattrocento, con Piero e Lorenzo de' Medici, raggiungendo il suo apice con la magnificenza che ha improntato il governo di Cosimo I, fino all’estinzione della dinastia con Anna Maria Luisa che morendo nel 1743 legò tutti i beni della famiglia allo stato di Toscana.

Lorenzo de' Medici, detto il Magnifico (1449 - 1492)
Tra i molti oggetti d'arte raccolti da Lorenzo il Magnifico le gemme e i vasi in pietre dure occupano un posto di grande rilievo. Mentre i cammei e gli intagli laurenziani si trovano oggi per la quasi totalità al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dove sono giunti in seguito a diversi passaggi dinastici, i vasi si conservano ancora a Firenze, divisi tra il Museo degli Argenti di Palazzo Pitti, il Museo delle Cappelle Medicee e il Museo di Mineralogia.

Considerati tra le più alte testimonianze della magnificenza medicea, questi manufatti erano custoditi originariamente nel Palazzo di via Larga, fastosa dimora voluta da Cosimo il Vecchio.
Proprio a Cosimo si deve l'acquisizione dei primi contenitori in pietre dure dal rilevante valore estetico e storico, trattandosi in molti casi di pezzi antichi. Un ulteriore incremento si registrò con Piero de' Medici, padre di Lorenzo, che riunì i vasi nel suo celebre Scrittoio, il luogo più segreto dell'intero Palazzo Medici e scrigno dei tesori d'arte della famiglia.
È però solo con Lorenzo che la collezione di vasi medicei assunse un carattere regale, diventando un modello per tutti gl'altri estimatori di questo genere di manufatti e uno strumento per esaltare la ricchezza e il fasto della casata. A lui si deve probabilmente l'incisione della sigla 'LAV.R.MED.' sulla maggior parte dei preziosi contenitori che gli appartennero; sigla che può essere interpretata come abbreviazione di 'LAVRENTIVS REX MEDICES'.

Con la cacciata dei Medici da Firenze nel 1494 e il fallimento delle imprese medicee, diversi vasi furono sequestrati dalle autorità cittadine e affidati a Lorenzo Tornabuoni per rifinanziare la filiale romana del Banco Medici. Giunti nell'Urbe, quattro dei contenitori in pietre dure furono recuperati dal pontefice Leone X, al secolo Giovanni de' Medici, figlio del Magnifico, che dopo averli trasformati in reliquiari li donò alla basilica di San Lorenzo a Firenze. Altri ventisette vasi laurenziani adattati a reliquiario entrarono a far parte del tesoro della chiesa fiorentina grazie a papa Clemente VII, figlio di Giuliano de' Medici, che nel 1525 incaricò Michelangelo di progettare un ciborio per conservarli, originariamente pensato per essere collocato sulla'altare maggiore. L'iniziativa, interrotta a causa del Sacco di Roma del 1527, riprese nel 1531 con la creazione di una tribuna nella controfacciata della basilica, in cui i vasi furono sistemati nel 1532.

Qui rimasero fino al 1785, quando per volore del granduca Pietro Leopoldo di Lorena gli esemplari in pietre dure di vari colori, meno adatti all'esposizione delle reliquie, furono trasferiti nella Regia Galleria degli Uffizi, dopo essere stati svuotati delle sacre spoglie contenute al loro interno. Alcuni pezzi furono allora privati delle loro preziose montature e inviati al Museo di Fisica e Storia Naturale, altri invece passarono al Gabinetto delle Gemme affacciato sul corridoio di ponente della Galleria. Sfuggiti alle razzie delle truppe francesi nel 1799, i vasi di Lorenzo nel 1921 arricchirono le raccolte del Museo degli Argenti.


Cosimo I (1519 - 1574)
Nel gennaio del 1537 l’assassinio del giovane Alessandro de’ Medici, non alterò solo la breve situazione di equilibrio instauratasi a Firenze con la sua ascesa al potere nel 1532, ma provocò anche l’allontanamento dalla città di buona parte del tesoro appartenuto a Lorenzo il Magnifico. Infatti la giovane sposa di Alessandro, Margherita d’Austria, figlia naturale di Carlo V, ottenne in eredità molti manufatti già di proprietà di Lorenzo, compresa la celeberrima raccolta di gemme.

Con la nomina a duca di Cosimo I, il Ducato di Toscana guadagnò un abile uomo politico e un formidabile protettore delle arti. Accanto ai grandi interventi urbanistici e architettonici, egli si impegnò attivamente per ridare lustro alle raccolte medicee. In base a quanto registrato nei documenti d’archivio, Cosimo e la sua sposa, Eleonora di Toledo, investirono ingenti somme di denaro nell’acquisto di oggetti preziosi antichi e moderni. La coppia fu aiutata in questo da una fitta rete di agenti esterni e da artisti fidati quali Benvenuto Cellini e Giorgio Vasari.
Rifacendosi all’esempio illustre di Leorenzo il Magnifico, Cosimo sostenne la creazione a Firenze di laboratori stabili per la lavorazione delle pietre dure, in grado di competere con le botteghe milanesi, specializzate nella lavorazione di questi materiali, alle quali tuttavia continuò a rivolgersi per le commissioni più impegnative. Attivi per la corte di Firenze furono, ad esempio, i Miseroni, illustre famiglia di intagliatori, che per il duca eseguirono vasi in cristallo di rocca, eliotropio, lapislazzuli e topazio. Nei documenti medicei si trova citato anche l’intagliatore Jacopo da Trezzo, divenuto poi artista prediletto della corte imperiale.

Per custodire le sue raccolte Cosimo commissionò, fra il 1555 e il 1558, a Giorgio Vasari lo Scrittoio di Calliope in Palazzo Vecchio. Il piccolo ambiente, accessibile dalla Sala di Cerere e dal piano sottostante attraverso una stanza segreta, deve il suo nome all’immagine della Musa Calliope, personificazione della poesia epica, dipinta da Vasari nella tavola del soffitto. Come altri ambienti del Quartiere degli Elementi in Palazzo Vecchio, anche questa stanza ha perso il suo arredo originario. Tuttavia è facile rendersi conto dell’allestimento particolare di questo scrittoio attraverso la descrizione che il Vasari ne ha fatto nei suoi Ragionamenti. L’artista aretino ricorda, infatti, che sulle pareti, scandite da colonne e pilastri, si aprivano armadi contenenti cassette in legno di cedro, all’interno delle quali era custodita la raccolta di medaglie del duca, rigorosamente suddivise in esemplari di bronzo, d’argento e d’oro. Sotto queste cassette Vasari aveva predisposto poi un’altra serie di contenitori destinati ad accogliere “gioie di diversi sorti”, come vasi in pietre dure, intagli e cammei.


Francesco I (1541 - 1587)
Personaggio tra i più emblematici della famiglia Medici, Francesco I nutrì una vera passione per i manufatti in materiali preziosi o rari. Impegnato in prima persona in esperimenti alchemici e nella realizzazione di piccoli oggetti di oreficeria, egli fu un munifico protettore degli incisori di pietre dure e un sofisticato collezionista. Come il padre Cosimo, anche Francesco si servì di una estesa rete di agenti dislocati in tutti i principali centri italiani. Innumerevoli furono gli acquisti di opere antiche e moderne che egli effettuò attraverso i suoi uomini di fiducia a Roma, Venezia e Milano.

Nel 1572 diede vita alla prima bottega statale di intagliatori di pietre dure, diretta dai milanesi Ambrogio e Gian Stefano Caroni, trasferitisi a Firenze su invito del granduca. A questi seguì l’arrivo, nel 1575, di un altro milanese, Giorgio di Cristoforo Gaffuri o Gaffurri, ricordato nei registri della manifattura fiorentina con la specifica qualifica di incisore di cammei, attività per la quale gli fu assegnato un sostanzioso stipendio di 25 scudi. In pochi anni i laboratori creati da Francesco furono in grado di realizzare veri e propri capolavori come la celebre fiasca in lapislazzuli del Museo degli Argenti, completatada una fastosa montatura dell’orafo di corte, il fiammingo Jaques Bylivelt.

Oltre che nella Guardaroba, situata all’ultimo piano di Palazzo Vecchio, Francesco custodì gli oggetti di pregio della sua collezione in un apposito Studiolo al primo piano dello stesso palazzo. La decorazione del vano fu affidata a Giorgio Vasari e alla sua bottega. L’artista aretino, con l’aiuto di Vincenzo Borghini, elaborò un complesso sistema di armadi chiusi da sportelli dipinti con raffigurazioni legate al tipo di opere in essi contenuti.

Ben presto lo splendore dello Studiolo di Palazzo Vecchio fu superato da un altro luogo deputato alla conservazione dei preziosi medicei, la Tribuna degli Uffizi, progettata dall’architetto di Francesco I, Bernardo Buontalenti. Situato lungo uno dei corridoi degli Uffizi, questo superbo ambiente originariamente presentava alle pareti un “palchetto” (scaffale con cassetti), sul quale erano disposti bronzetti antichi, piccole sculture in marmo e preziosissimi bustini con teste di calcedonio, diaspro, turchese e cristallo di rocca. Al centro della sala, spiccava un sontuoso stipo in ebano e pietre dure, oggi perduto, che riproponeva in formato ridotto la pianta ottagonale e il profilo della Tribuna. Il mobile, disegnato dal Buontalenti, richiese per la sua fabbricazione ben quattro anni di lavoro da parte di un gruppo di esperti artigiani e fu utilizzato da Francesco I per la conservazione della sua ricca collezione di medaglie, cammei e intagli. Dopo la nomina a granduca di Ferdinando I, fratello di Francesco, al Buontalenti fu commissionata la creazione di un nuovo stipo, anch’esso perduto, collocato nella nicchia di fronte all’ingresso. Lo studiolo di Ferdinando, come quello di Francesco, fu realizzato ricorrendo a pietre dure e preziose di ogni tipo e da lui destinato a preservare le magnifiche gemme della raccolta medicea.


Ferdinando I (1549 - 1609) e Cristina di Lorena (1565 - 1636)
Dopo la prematura morte di Francesco I, nel 1587, le collezioni granducali furono ulteriormente incrementate dal suo successore, il fratello Ferdinando, che rinunciò alla porpora cardinalizia per poter assumere il titolo di Granduca di Toscana. Già durante gli anni del suo soggiorno romano, Ferdinando non mancò di intrattenere strette relazioni con alcuni dei più famosi orafi e intagliatori di pietre dure dell’epoca, come Antonio Gentili da Faenza e Giovanni Antonio de’ Rossi, dal quale si fece incidere nel 1560 un granato ovale ad uso di sigillo con il suo stemma cardinalizio.

Amante del lusso, Ferdinando si dimostrò un abile uomo politico, assicurando alla Toscana un periodo di grande prosperità economica. Nei piani di riorganizzazione dello stato da lui promossi furono coinvolte anche le botteghe di corte create da Francesco, che trovarono stabile ordinamento all’interno dell’Opificio delle Pietre Dure, istituito nel 1588 e posto sotto il controllo del fidato Emilio de’ Cavalieri. In tali laboratori continuarono a primeggiare i milanesi Caroni e Gaffuri, ai quali si deve con la loro permanenza a Firenze il perfezionamento e la messa a punto di procedimenti di lavorazione delle pietre dure sempre più raffinati. Alla produzione di vasi, cammei e piccole sculture si affiancò quella dei commessi, tecnica in cui le maestranze fiorentine raggiunsero livelli di insuperato virtuosismo.

Nel 1589 la celebrazione del matrimonio tra Ferdinando I e Cristina di Lorena, oltre a rinsaldare i rapporti di amicizia con la Francia, determinò l’arrivo a Firenze di un ricco corredo di manufatti pregiati, formato da oreficerie di vario tipo, ventuno vasi di cristallo di rocca e ventisette in diaspro, agata-sardonica, eliotropio, lapislazzuli, plasma e calcedonio. Essi facevano parte della straordinaria dote che la potente Caterina de’ Medici, regina di Francia, aveva destinato alla nipote Cristina. Rimane incerta la provenienza di molti di questi esemplari: alcuni probabilmente furono donati a Caterina in occasione delle sue nozze, altri furono sicuramente da lei acquistati nel corso degli anni. Per almeno un oggetto è però possibile ricostruire tutti i passaggi di proprietà. Si tratta della Cassetta Medici, raffinato scrigno a forma di sarcofago ornato da intagli in cristallo di rocca del vicentino Valerio Belli, uno dei più abili e apprezzati incisori della prima metà del Cinquecento. Essa fu commissionata dal pontefice di casa Medici Clemente VII, che la offrì al re Francesco I in occasione delle nozze della nipote Caterina con il duca d’Orléans, il futuro Enrico II di Francia.

Diversamente da quanto accaduto per i beni delle altre granduchesse, gli oggetti di Cristina furono mantenuti separati dagli altri vasi del tesoro mediceo ed esposti in un ambiente appositamente allestito, la cosiddetta “Stanza di Madama” (oggi identificata come Sala delle Miniature), situata all’estremità meridionale del primo corridoio degli Uffizi.


Maria Maddalena d'Austria (1587 - 1637) e Cosimo II (1590 - 1621)
La presenza alla corte medicea di Maria Maddalena d'Austria, figlia dell'arciduca Carlo d'Amburgo e moglie di Cosimo II, contribuì all'affermazione del gusto, tipicamente nordico, per materiali come l'avorio e l'ambra. Non a caso il nome della granduchessa è legato alla straordinaria collezione di manufatti in ambra oggi conservata al Museo degli Argenti.
Il nucleo più consistente di questi esemplari è opera di maestranze specializzate nella lavorazione della preziosa e delicata resina fossile di origine vegetale, attive soprattutto a Königsberg e Danzica. Proprio alle officine prussiane di Königsberg sono riconducibili molti dei reliquiari, altarini, tabernacoli, statuette, cassette, calici, candelieri, mesciroba e rosari arrivati a Firenze con la dote di Maria Maddalena.
Gran parte di essi furono indubbiamente donati alla futura granduchessa di Toscana dai principi dell'Impero in occasione delle sue nozze. I documenti d'archivio rivelano che Maria Maddalena custodì questi oggetti negli armadi della Cappella delle Reliquie, detta anche 'della Granduchessa', di Palazzo Pitti, allestita per lei nelle sale dell'ala che poi sarebbe stata denominata 'del Volterrano'.
Nel primo degli inventari della cappella, risalente al 1616, sono riconoscibili molti dei lavori in ambra oggi nel Museo degli Argenti. Tra essi spicca il tabernacolo datato 1614 e firmato da Georg Schreiber, il più importante artefice prussiano di oggetti in ambra. Allo stesso artista appartine anche un altro tabernacolo firmato e datato 1619, contraddistinto da una complessa base architettonica animata da innumerevoli statuette e da diversi bassorilievi raffiguranti episodi tratti dall'Antico e dal Nuovo Testamento. Solo nel XVIII secolo le opere in ambra di Maria Maddalena lasciarono la Cappalla delle Reliquie per essere esposte nella Galleria degli Uffizi, all'interno di tre fastose vetrine, denominate 'scarabattole', appositamente commissionate dal granduca Cosimo III ed eseguite dall'intagliatore fiorentino Giuseppe Gonnelli nel 1728. Donna profondamente devota, Maria Maddalena fu anche una grande committente di arredi sacri, per la realizzazione dei quali si affidò ai periti artefici della Galleria dei Lavori.
Un atteggiamento questo che condivise con il marito Cosimo II. La religiosità della coppia granducale si tradusse in un'impressionante serie di donativi nei confronti dei più importanti centri di culto e, in modo particolare, dei santuari mariani. Tra questi figurano la basilica della Santissima Annunziata e la chiesa di Santa Maria all'Impruneta.


Cosimo III (1642 - 1723)
Durante il lungo regno di Cosimo III de’ Medici (1670-1723) si assistette nel campo delle arti “maggiori” all’attenuarsi di quelle aperture internazionali che avevano animato Firenze per buona parte del XVII secolo. Ciò non determinò tuttavia un impoverimento delle manifatture granducali. Al contrario, Cosimo III concentrò su di esse tutti i suoi interessi artistici, supportando con ingenti finanziamenti lo sviluppo di nuovi procedimenti e l’acquisto di materiali preziosi. Ne derivò la realizzazione di manufatti contraddistinti da una straordinaria inventiva e da uno sfarzo spettacolare, frutto di una personale rielaborazione del gusto barocco, che Cosimo fece conoscere agli altri regnanti d’Europa attraverso l’invio frequente di doni. Dal 1694 le diverse attività delle botteghe granducali furono poste sotto la direzione artistica dello scultore e architetto Giovan Battista Foggini, che mantenne l’incarico fino alla morte, improntando con il suo raffinato gusto ornativo tutti i lavori delle manifatture.

Una peculiare caratteristica del carattere del granduca fu l’appassionato culto nei confronti delle reliquie, che egli raccolse in gran numero e collocò in reliquiari commissionati ai più abili artefici dei laboratori di corte. Tra questi spicca il nome di Giuseppe Antonio Torricelli, “scultore in pietre dure e cammei” specializzato nella tecnica del commesso a rilievo. Dalla capacità inventiva del Foggini e dalle doti tecniche del Torricelli scaturirono veri e propri capolavori come il Reliquiario di san Daniele del Museo delle Cappelle Medicee, in cui l’uso delle pietre dure si fonde perfettamente con le parti in bronzo fuso e dorato. La lettura dei documenti inerenti i lavori eseguiti all’interno delle botteghe granducali rivela, tra la fine del Seicento e i primi decenni del secolo successivo, un’incessante attività volta alla creazione di un numero sorprendente di arredi sacri destinati alla Cappella delle Reliquie di Palazzo Pitti, luogo in cui Cosimo aveva raccolto più di mille reliquiari di diverse tipologie. Sotto i Lorena questo insieme straordinario, parte integrante del tesoro granducale, fu lentamente disgregato: i pezzi di maggior pregio vennero disfatti per recuperarne l’oro e le pietre preziose, quelli di minor valore donati a chiese e santuari. Solo una minima parte dei reliquiari di Cosimo III si conserva ancora oggi nella basilica di San Lorenzo, dove furono trasferiti nel 1785 per ordine di Pietro Leopoldo di Lorena in cambio dei vasi di Lorenzo il Magnifico.


Anna Maria Luisa de' Medici, Elettrice Palatina (1667 - 1743)
Seconda figlia di Cosimo III de’ Medici e di Marguerite-Louise d’Orléans, Anna Maria Luisa de’ Medici, andò in sposa a ventitré anni a Johann Wilhelm von Pfalz-Neuburg, Elettore Palatino (1658-1716). Alla morte di questi, nel 1716, rientrò a Firenze, portando con sé i suoi oggetti privati, compresa la sua straordinaria collezione di gioie. Anna Maria Luisa le mostrava orgogliosa in due vetrinette, o ‘scarabattole’, che si era fatta costruire nei suoi appartamenti in Palazzo Pitti. Ridotti oggi a poche decine, i gioielli e le cosiddette “galanterie gioiellate” dell’Elettrice ammontavano a oltre settecento esemplari.

Di questi molti furono disfatti con l’avvento dei Lorena. Altri furono segretamente inviati a Vienna dal conte Richecourt, uomo di fiducia di Francesco Stefano di Lorena, violando il Patto di Famiglia strenuamente voluto da Anna Maria Luisa. Infatti l’articolo tre dell’atto prevedeva che anche le “gioie ed altre cose preziose” rimanessero per sempre a Firenze. Solo alla fine della prima guerra mondiale una piccola parte delle gioie dell’Elettrice fu restituita dall’Austria all’Italia, e dopo essere state esposte nel 1923 a Roma in Palazzo Venezia passarono al Museo degli Argenti di Firenze, dove si trovano tuttora.

Gli esemplari superstiti non costituiscono un nucleo omogeneo: ne fanno parte probabilmente pezzi portati in dote da Anna Maria Luisa, quindi provenienti dalle collezioni medicee. Dai documenti risulta, ad esempio, che poco prima di raggiungere il marito alla corte di Düsseldorf, la giovane Elettrice ricevette dal padre Cosimo III il dono di magnifici gioielli. E diversi furono i monili e gli oggetti di oreficeria tempestati di pietre preziose che gli furono regalati durante la sua permanenza in Germania. Ne è una significativa testimonianza la straordinaria culla in filigrana d’oro del Museo degli Argenti, donatale da Johann Wilhelm come segno di augurio per la nascita di un erede che non arrivò mai.